Insulti su Facebook, reati o libertà di espressione?

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L’era degli insulti e delle minacce sui social network potrebbe avere i giorni contati, almeno negli Stati Uniti. La Corte Suprema infatti ha deciso di analizzare un caso che riguarda proprio questo: la libertà di espressione protegge anche chi commette abusi verbali attraverso questi media, oppure si tratta di reati da punire? 

Facebook, Twitter, Instagram e tutti i servizi di questo tipo stanno cambiando il modo di “fare” comunicazione, in genere facilitandolo, ma non v’è dubbio che spesso diventino strumenti di sfogo con modi non del tutto corretti. Le critiche diventano insulti, gli insulti minacce, e certe volte si finisce a litigare tramite i messaggi (e in pubblico, davanti a tutti). Il caso di Anthony Elonis è diventato emblematico di questa tendenza. Nel 2010 la moglie lo ha lasciato, portando via i loro due figli. Anthony poco dopo ha perso il posto nel parco divertimenti di Allentown, in Pennsylvania, dove lavorava, e ha iniziato ad usare il suo profilo su Facebook per perseguitare l’ormai ex compagna. In molti casi usava la forma di espressione dei versi di un brano rap, ma comunque nella sostanza diceva che voleva ammazzare la donna. La moglie lo aveva denunciato e aveva ottenuto dal giudice un “protection from abuse order”, ossia un provvedimento per proteggerla dagli abusi dell’ex marito, che in risposta aveva aumentato le sue minacce. Quindi Elonis era stato denunciato, processato e condannato a 44 mesi di prigione, più tre anni di libertà vigilata.

Il suo avvocato ha fatto ricorso, basandosi su questo ragionamento del suo cliente: “Lo sapevate che è illegale da parte mia dire che voglio uccidere mia moglie? E’ illegale. Si chiama “indirect criminal contempt”. E’ una delle poche frasi che non mi è consentito pronunciare. Ma l’arte è fatta per andare oltre i limiti. Io sono disposto ad andare in prigione per i miei diritti costituzionali: lo siete anche voi?”. (l’articolo continua sotto l’offerta di alcuni nostri servizi professionali)

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Negli Stati Uniti il Primo emendamento della Costituzione garantisce la libertà di espressione, al punto che anche i neonazisti hanno il diritto di parlare e manifestare le loro opinioni. Questo articolo è stato usato pure per legalizzare la pornografia, all’epoca della causa di Larry Flint. Elonis sostiene che scrivere su Facebook la sua intenzione di uccidere la moglie era un’attività protetta dal Primo emendamento, ma i giudici di primo grado la pensano diversamente. Secondo loro il principio fondamentale che regola questa materia non è la reale intenzione dell’imputato di mettere in pratica i propositi annunciati sui social media, ma il modo in cui le sue dichiarazioni vengono percepite da una persona ragionevole. Se nei suoi scritti c’è un motivo per essere preoccupati, il reato di “indirect criminal contempt” è commesso e va perseguito. Da qui la condanna comminata ad Anthony.

La Corte Suprema ora ha deciso di ascoltare il riscorso di Elonis, un caso estremo che consentirà di discutere in generale il problema degli insulti e delle minacce fatte attraverso i social network. Il massimo tribunale americano, così, potrà esprimere un’opinione che farà legge su questa tendenza. (fonte)

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