La scuola le controlla Facebook, 15enne risarcita con 70mila dollari

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I liceali americani possono dormire sonni tranquilli: per preside e professori il loro profilo Facebook è off limits. Riley Stratton, liceale del Minnesota, ha appena vinto una causa contro la propria scuola, colpevole di aver “controllato” il profilo social della studentessa dopo averla obbligata a fornirne la password. Con i 70mila dollari di danni che le verranno corrisposti dal distretto scolastico, Riley è a posto fino all’ingresso all’Università anche se, per ora, preferisce le lezioni a domicilio. La ragazza, all’epoca in prima media, aveva fatto quello che farebbe ogni adolescente che si rispetti: si era lamentata su Facebook di una “hall monitor” (studenti che negli Stati Uniti si offrono volontari per mantenere l’ordine nei corridoi della scuola), accusandola di essere “meschina” e aveva flirtato in chat con un ragazzo della sua classe. Il tutto fuori dall’orario delle lezioni. Un “dettaglio” irrilevante per l’amministrazione scolastica, che l’ha comunque obbligata a fornire la propria password e ha controllato il suo profilo davanti a lei, in presenza di un poliziotto. «Ero così imbarazzata che sono scoppiata a piangere» ricorda Riley, intervistata dal quotidiano Star Tribune. Del caso si è occupata la Aclu, associazione americana per le libertà civili, ottenendo, oltre al sostanzioso risarcimento danni, anche un impegno del distretto scolastico a riscrivere la propria normativa sull’ingerenza della scuola in email e social networks degli studenti, almeno per quanto riguarda l’attività al di fuori degli orari scolastici. «Molte scuole pensano che, solo perché con i social media è diventato più facile sapere cosa fanno i ragazzi, si possa punirli per quello che dicono fuori dalla scuola», ha dichiarato Wallace Hilke, avvocato di Riley. Nessuna esplicita ammissione da parte del sovrintendente scolastico, invece. «Qualcuno pensa che gli istituti scolastici si spingano troppo oltre – ha detto Greg Schmidt allo Star Tribune – ma vogliamo rendere i ragazzi consapevoli che le loro azioni possono essere dannose, anche fuori dalla scuola». (ilmessaggero)

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